Parrocchia di Voltago

Della chiesa di Voltago si parla già in un documento del 1388: gotica, con l’abside rivolta ad oriente, ornata di affreschi del 1510 rappresentanti nella volta i dottori della Chiesa e gli evangelisti, mentre sulle pareti possiamo scorgere affreschi (alquanto popolari) dell’infanzia di Gesù: essi offrono uno strumento preziosissimo circa il modo di vestire dei valligiani agordini e primierotti.

Non mancano i dettagli legati all’ambiente locale con monti popolati da cervi, tassi e caprioli che fanno da sfondo alla scena dell’adorazione dei magi.

La zona absidale dell’antica chiesa è ancor oggi ben visibile e vi si celebra nei giorni feriali. L’antica abside racchiudeva un fine coro intagliato della seconda metà del Cinquecento, purtroppo andato distrutto negli anni ‘60 del secolo scorso. Sino ad allora, vi si svolgevano le adunanze di “Azione Cattolica” e pure le contrattazioni del bestiame, così come le adunanze della Regola.

L’attuale edificio risale agli anni 1664 – 1667, sorge in modo per certi versi isolato, per una questione prettamente pratica, come possiamo leggere in una relazione al vescovo di Belluno del parroco di fine Settecento: essa si trova in luogo sicuro dalle “avvalanghe che per lungo tempo del verno cadono dal monte et isolano li villaggi con altissime muraglie”.

La facciata dell’attuale edificio si presenta secondo la caratteristica architettura alpina a capanna, con gli stipiti e l’architrave del portale d’ingresso appartenenti alla chiesa antica.
Le stesse porte lignee sono originali del Settecento.

Il campanile che ancor oggi si può ammirare, apparteneva alla chiesa antica, rinnovato nel 1707 e rialzato negli anni 1864 – 1868. L’area sul lato est del campanile accoglieva l’antico cimitero.

Veduta del centro di Voltago
Veduta del centro di Voltago
Chiesa parrocchiale: il rinnovato gonfalone delle Figlie di Maria (2017)
Chiesa parrocchiale: il rinnovato gonfalone delle Figlie di Maria (2017)
Chiesa parrocchiale di Voltago
Chiesa parrocchiale di Voltago
Chiesa parrocchiale: particolare del portale d'ingresso
Chiesa parrocchiale: particolare del portale d'ingresso

Un po’ di storia

Voltago dipendeva in origine dal titolo comparrocchiale di S. Tommaso: il sacerdote raggiungeva la chiesa per celebrarvi la Messa nella domenica successiva il suo turno nella pieve arcidiaconale ed in alcune solennità dell’anno…Natale, Circoncisione del Signore, Epifania, Pasqua, Ascensione, Pentecoste, Tutti i Santi, nell’anniversario della dedicazione della chiesa e nel giorno della festa titolare, nel giorno della raccolta della primizia, strumento fondamentale per la sussistenza del sacerdote stesso.
La situazione rimase stabile fino a quando il numero della popolazione fu alquanto esiguo e con un notevole spirito di sacrificio.

Con l’aumentare degli abitanti, si modificarono le esigenze cultuali, fino al 09 agosto 1708, quando gli abitanti pregarono il vescovo in visita pastorale di concedere il battistero e la conservazione dell’Eucaristia.
Quattro giorni dopo, sarà egli stesso a benedire la nuova pisside ed il tabernacolo, dando disposizione al vicario generale di celebrare la Messa presso l’altar maggiore e quindi, attestano le narrazioni dell’epoca, il Ss.mo Sacramento “fu posto nel Tabernacolo con sparri di mascoli e con estrema consolazione e divozione di quella povera gente”.
La comunità ottenne pure un cappellano stabile, in sostituzione del parroco che continuava a risiedere ad Agordo.

La situazione andrà modificandosi nel giro di alcuni decenni…in seguito all’autonomia ottenuta dall’altra comunità che aveva il titolo comparrocchiale di S. Michele Arcangelo (La Valle Agordina), in seguito alla vacanza della parrocchia, il comune chiese al vescovo di costringere il nuovo parroco ad abbandonare la comparrocchialità (e quindi la residenza ad Agordo) e di spostarsi nei pressi della chiesa di cui aveva il titolo. Il comune presentò l’istanza al doge, che il 14 settembre 1784 riconobbe la parrocchia di Voltago.

Il nuovo parroco don Giacomo Soccol, valutò come lecita la richiesta, volendosi però assicurare un’abitazione degna ed il necessario riconoscimento dell’autorità. Il 12 marzo 1785 il vicario generale della diocesi di Belluno diede il suo assenso e così ai primi di maggio del 1786 il sacerdote rinunziò alla comparrocchialità nella pieve di Agordo trasferendosi a Voltago.

Da allora, quindici sono i sacerdoti succedutisi a servizio di questa comunità cristiana.

Abside dell'antica chiesa parrocchiale: particolare della Natività
Abside dell'antica chiesa parrocchiale: particolare della Natività
Chiesa parrocchiale: particolare dell'altare ligneo della B.V.
Chiesa parrocchiale: particolare dell'altare ligneo della B.V.
Chiesa parrocchiale: particolare della sede
Chiesa parrocchiale: particolare della sede
Chiesa parrocchiale: particolare della pala d'altare
Chiesa parrocchiale: particolare della pala d'altare

Ai nostri giorni

Ai nostri giorni, la chiesa dei Ss. Vittore e Corona si presenta come un autentico scrigno di opere d’arte, sconosciuto ai più: l’interno presenta una pianta a croce greca e balzano agli occhi i tre altari barocchi seicenteschi, in legno intagliato.
L’altar maggiore è opera di Fioravante Costa da Tancon (attuale Canale d’Agordo), che lo scolpì nel 1687 – 1687 in un trionfo di putti, angioletti, colonne tortili con motivi floreali.
Di significativo pregio le due colonne tortili con scene di putti in una sorta di “arrampicata libera”, come ebbe a scrivere don Gorzegno, fine cultore di arte sacra ed amministratore di Voltago dal 1996 al 2001.
Ai lati della cornice centrale, fra una colonna e l’altra, si trovano le nicchie dei dodici apostoli, le cui statuette vennero trafugate nel 1980, lasciando quale unica superstite quella di San Bartolomeo: vennero poi interamente rifatte grazie al concorso di popolo ed alla generosità dell’intera comunità.

Esso racchiude una tela di Francesco Frigimelica (dipinta nel 1642) raffigurante la “Madonna con Bambino con i santi Vittore, Corona e Giuseppe”. La bandiera sorretta da S. Vittore, bardato come un capitano del Seicento, reca lo stemma della famiglia dei da Voltago. La presenza di S. Giuseppe è spiegata dal fatto che nel 1643 – 1644 il comparroco don Cristoforo Colle incrementò la devozione al Santo. Il coro ligneo del presbiterio è del 1754, che scolpirono anche lo stupendo mobile da sacrestia ceduto alla chiesa nuova di Frassenè nel 1960.

Nella cappella di destra si trova l’altare della Madonna della Cintura, con l’immagine votiva databile 1840.
L’opera lignea del 1637 – 1638. Dei tre altari presenti nella chiesa, questo è l’unico a presentare il paliotto ligneo originale.

Di fronte ad esso, si trova l’altare ligneo del 1647 con la tela raffigurante la “Trinità con i santi Osvaldo, Valentino e Lucano”. Esso venne intagliato e dorato da Giovanni Auregne, cognato di Jacopo Brustolon, intagliatore e padre del famoso Andrea.

Entrando in chiesa, in una sorta di piccola cappellina a destra, possiamo ancora sostare presso l’immagine votiva di S. Rita, veneratissima perché legata ai tragici eventi del secondo conflitto mondiale. Voltago, come tutto il bellunese, era stato annesso al Terzo Reich e a motivo di una rappresaglia, nell’ottobre del 1944 i nazisti avevano iniziato a dar fuoco alle case nel centro del paese, uccidendo due giovani.
In una notte di veglia e preghiera, l’allora parroco don Giuseppe Masoch insieme alle suore dell’asilo fecero voto alla Santa.
Voltago venne risparmiato ed ancor oggi la celebrazione in onore della “Santa degli Impossibili” è sentita e partecipata, specie da quelle generazioni che ancora bene ricordano i tristi eventi.

Chiesa parrocchiale pala dei Ss. Vittore e Corona
Chiesa parrocchiale pala dei Ss. Vittore e Corona
Chiesa parrocchiale: raffigurazione di S. Vittore sull'antico cero pasquale
Chiesa parrocchiale: raffigurazione di S. Vittore sull'antico cero pasquale
Chiesa parrocchiale: abside cinquecentesca della chiesa originaria
Chiesa parrocchiale: abside cinquecentesca della chiesa originaria
Chiesetta di Digoman
Chiesetta di Digoman

La Chiesa di Digomàn

In questo nostro sguardo d’insieme, non possiamo certo tralasciare la vicenda della chiesa di Digomàn. Sorta nel 1900, si trova su una piccola spianata all’ingresso di quello che originariamente era il centro abitato. Negli ultimi decenni del 1800, il villaggio presenta la consistenza di un centinaio di anime, isolato e lontano dal capoluogo Voltago, al quale è collegato solo da sentieri (la strada arriverà nel 1921).

La comunità lamenta di essere priva di un idoneo luogo sacro, coperto e raccolto, quale necessario punto di riferimento, ove i credenti possano testimoniare la loro fede con il rosario serale e anche condividere l’esperienza della vita quotidiana. Così, sul finire del secolo, gli abitanti giungono alla decisione di provvedere all’edificazione di un edificio sacro. La progettazione ha luogo potremmo dire “in casa”: dal maestro elementare Giovanni Riva di Digomàn, figura carismatica del tempo, coadiuvato da un valente capo mastro di Frassenè, Pio De Marco. Il volume della chiesa è semplice, ma l’elemento architettonico più insolito è il campanile che, in parte, si rifà alle guglie appuntite caratteristiche di molte chiese dolomitiche. La costruzione ha luogo nel giro di due anni, grazie alla partecipazione degli abitanti, che vanno a sottrarre del tempo alle occupazioni quotidiane pur di dare un contributo fattivo ad un’opera così sentita. Edificata la chiesa, si presenta successivamente il problema di doverla arredare, presentandosi all’inizio priva di banchi, bensì soltanto con delle seggiole con inginocchiatoio costruite dagli artigiani del luogo, che verranno poi sostituite solo negli anni Sessanta. Agli inizi degli anni Trenta, la chiesa viene abbellita da Silvio Rossi, abile artigiano di S. Tomaso Agordino. La Via Crucis viene benedetta l’11 settembre 1904. Alla tenacia ed al sacrificio dei nostri avi dobbiamo un primato di cui Digomàn può andar fiero: aver edificato la prima chiesa della Diocesi di Belluno-Feltre dedicata alla Madonna di Lourdes. Si giunge alla scelta a motivo del lavoro di alcuni seggiolai del villaggio nel sud – ovest della Francia, dove l’eco della straordinaria vicenda sperimentata da Bernardette Soubirous li affascina e li coinvolge. Al loro ritorno, non solo narrano di ciò che hanno ascoltato, ma portano con sé anche una statuina di porcellana della Madonna di Lourdes. Al momento dell’edificazione della chiesa, diviene quindi quasi “naturale” volgere il proprio pensiero alla B.V. Maria.

L’incarico di scolpire le statue della Madonne e di Bernadette viene affidato ad uno degli scultori del legno della Val Gardena che, in quel periodo, va per la maggiore: Josef Anton Mussner.

Al Mussner venne chiesta una Madonna uguale sì a quella della statuina, ma con una sostanziale modifica: che avesse gli occhi rivolti in basso, cioè verso i fedeli, e non al cielo come nell’originale. Le statue lignee policrome e parzialmente dorate della Madonna e di Bernadette, alte rispettivamente 118 e 53 cm, sono di equilibrato rigore compositivo e di indubbia finezza cromatica. Bernadette è vestita con un accattivante abbigliamento di foggia trentina più che agordina.

Le statue sono collocate nella parete di fondo, sopra l’altare, dove si è voluto riprodurre il mistico ambiente delle apparizioni, con la Vergine nella nicchia della roccia e più sotto Bernadette che, inginocchiata, si protegge gli occhi come per ripararsi dalla luce intensa emanata dalla visione celeste.

La fortunata coincidenza dell’esistenza nelle vicinanze del paese di cavità ricche di concrezioni calcaree, denominate tógoi nella parlata locale, può aver sollecitato nei mastri muratori l’idea di ricostruire proprio nel fondo dell’abside l’interno della grotta di Massabielle. La sapiente disposizione della variegata tipologia dei blocchi crea un ambiente di profonda suggestione. Anche la statuina originale, alta 17 cm è posta accanto alla grotta.

Sul finire dell’estate del 1900, quando la chiesa è ormai una realtà, iniziano le pratiche per la sua benedizione. Ma per ottenere dalla Curia questa autorizzazione, il parroco don Giovanni Marcon deve fornire alla stessa delle assicurazione, come quelle riportate nella lettera inviata il 16 ottobre: “Questa Chiesetta è ufficiabile, manca però delle pianette, del calice, cose che per ora gli abitanti di Digoman sono impossibilitati di provvedere, avendo essi fatti non pochi sacrifici per costruire la Chiesa. Se i Superiori mi concedessero anche il permesso di potervi celebrare la S.ta Messa sarei oltremodo contento potendo intanto usare i paramenti della Chiesa Parrocchiale. La suddetta chiesetta non ha alcun beneficio pel mantenimento poi della fabbrica e di quanto è necessario penserebbero gli abitanti medesimi di Digoman”.

E subito gli abitanti di Digoman assumono il solenne impegno del mantenimento della chiesa con questo documento datato 20 ottobre: “I sottoscritti Capi famiglia di Digoman, desiderando che la loro Chiesa possa essere e venga di fatto benedetta secondo il prescritto della Chiesa, e che in essa, quando che sia si possa celebrare la S.ma Messa, nella impossibilità di costituire il Capitale prescritto dalle leggi canoniche, si obbligano di provvedere, secondo le loro forze, alla manutenzione della Chiesa di Digoman, ed agli oggetti e spese diverse pel culto”.

E così, il 29 ottobre 1900, viene finalmente esaudito il desiderio di quella piccola comunità di montagna: Digomàn non è più un paese senza chiesa! Chiesa che è stata voluta, costruita, abbellita e custodita nel tempo dalla gente del paese, e pertanto le “appartiene”, totalmente. La campana, fusa a Udine, venne posta in opera all’inizio del 1901. Ma il 22 febbraio 1918 viene asportata dall’esercito austriaco. Verrà rifusa già l’anno dopo, ma fino al 1925 rimarrà “in prestito” alla chiesa di Voltago, in attesa che quelle campane, anch’esse asportate dagli austriaci, vengano rifuse.

L’attuale campana, fusa a Vittorio Veneto, è accordata sulla nota musicale “fa” ed è ornata di tre immagini: S. Pietro, rappresentato con un libro aperto e le chiavi; S. Antonio; Cristo in croce con le pie donne. C’è anche un’iscrizione in latino “Post rapinatas a barbaris, prima fideles vocat 1919”, che tradotto significa: “Dopo essere stata rapinata dai barbari, chiama i fedeli come prima”.

Fonti tratte dalla monumentale “Storia dell’Agordino” di don Ferdinando Tamis (vol. II, Vita religiosa, Nuovi Sentieri Editore, 1981), dai “Cenni storico – artistici” a cura di don Stefano Gorzegno, 2001, dalla pubblicazione “Prima che i ricordi impallidiscano” a cura di Luigi Rivis e rielaborate dal parroco.