Alla redazione del nostro bollettino parrocchiale è arrivato questo testo di Nadia Ren, tiserotta residente a Belluno, che ha mantenuto profondi legami con la comunità delle origini…è anche appassionata di storia locale nelle sue molteplici sfumature. Proponiamo in anteprima questa sua condivisione, certi come possa offrire una riflessione in merito a ciò che le nostre comunità stanno vivendo. Buona lettura!
A fine giugno come un fulmine a ciel sereno ci è arrivata la notizia che il vescovo Renato aveva chiesto a don Fabiano la disponibilità ad un cambio di ministero: le Parrocchie del Pòi con quelle di Agordo, Taibon e la Valle, sarebbero state prese in carico dai parroci don Cesare Larese, arcidiacono di Agordo e don Giuseppe Bratti, coadiuvati da don Andrea Canal come vicario parrocchiale, che eserciterebbero il ministero “in solido”, cioè insieme, mentre don Fabiano avrebbe prestato il suo servizio in altre comunità della diocesi.
Il 12 luglio, come si legge su Radio Più, il Vescovo ha incontrato il Consiglio Pastorale unitario del Longaronese per comunicare che, nella guida delle parrocchie di Longarone, Fortogna, Igne, Castellavazzo, Codissago, Podenzoi e Ospitale di Cadore ci sarebbe stato un avvicendamento: don Augusto Antoniol e don Rinaldo Ottone lasceranno il posto a don Fabiano, che da “Penta Parroco” diventerà “Epta Parroco”!
Si ha l’impressione che per le comunità parrocchiali del Poi ci si avvii alla fine. Vorrei però condividere una riflessione che questo evento mi ha portato a fare. Mi è capitato di leggere la monumentale opera “Storia dell’Agordino” di don Ferdinando Tamis che nel secondo volume, sottotitolato “Vita Religiosa” spiega in modo dettagliato come nel tempo si fosse strutturata la “Pieve collegiale di Agordo”; nel volume dello stesso autore “Storia breve dell’Agordino” a pag. 18 si legge: <…Il primo documento che offre l’idea dell’organizzazione della Pieve di santa Maria di Agordo è del 1143. La sua era un’organizzazione comunitaria, collegiale, corporativa, che si estendeva ad una partecipazione paritaria e responsabile che coinvolgeva tutti, chierici, laici e popolo… I Chierici rimanevano uniti al luogo per il quale erano stati ordinati [concilio di Calcedonia anno 451]… La pluralità di persone viventi in comune giovava assai all’adempimento delle funzioni liturgiche, alla propria formazione e si presentava come la migliore esperienza per un’azione missionaria nelle campagne… La chiesa era collegialmente officiata: tre sacerdoti parroci servivano per turno, ciascuno una settimana… La chiesa battesimale rimaneva così l’unica chiesa parrocchiale, le altre erano solo chiese filiali o succursali, cioè complementari; per queste furono chiamate cappelle, prive per molto tempo di alcune prerogative…> e a pag. 24: <… la vita cristiana nei villaggi dispersi sarebbe scomparsa… i semplici bisogni dei fedeli, la necessità di avere un santuario per riunirsi e per pregare, il bisogno di un più ampio risveglio e organizzazione sociale hanno portato alla costruzione delle piccole cappelle>. Alcune di queste cappelle sono documentate in tempi molto antichi; relativamente alle chiese parrocchiali del Poi sempre don Tamis riporta: le due antiche chiese di san Giacomo e sant’Andrea a Gosaldo possono essere riferite al secolo XIII, le chiese di Rivamonte e Tiser sono documentate nel 1414, ma sicuramente sono più antiche, le chiese di Frassenè e Voltago sono documentate nel 1388, ma quella di Voltago e ricordata come cappella nel 1185. Nel corso del tempo, con la progressiva antropizzazione del territorio, la popolazione aumentò e cominciò a richiedere, vista la lontananza dalla chiesa arcidiaconale, la concessione alle cappelle della fonte battesimale, dell’olio santo, di un sacerdote vicario che abitasse in loco, scelto dalla comunità stessa e da essa revocabile, infine che fosse eretta a parrocchia con un proprio parroco. L’immagine tratta dal testo di don Tamis riporta lo schema complessivo della formazione delle parrocchie dell’arcidiaconato.
Le persone della mia generazione conservano il ricordo della loro chiesa ancora piena di paesani, che si ritrovavano insieme per condividere momenti di gioia o di dolore … ma gli eventi hanno portato al fenomeno inverso rispetto a quello che nei secoli scorsi aveva portato alla formazione delle parrocchie: lo spopolamento, anche dei fedeli nella nostra chiesa di Tiser; con la progressiva riduzione dei sacerdoti poi si è reso necessario l’accorpamento progressivo delle 5 parrocchie. Confesso che, anch’io, all’inizio, nonostante da tempo risiedevo a Belluno, ho vissuto la cosa come una perdita di identità… il termine campanilismo, nel senso più buono del termine, forse è quello che spiega meglio l’emozione provata… il legame che io ho mantenuto con la parrocchia di Tiser è stato il bollettino parrocchiale. Con il ministero di don Vincenzo è subentrata la curiosità di leggere cosa accadeva a Riva… successivamente, con l’arrivo del nuovo parroco, don Fabiano, nell’autunno del 2013, il bollettino portava anche le notizie della parrocchia di Gosaldo, però mi rimaneva l’idea di una giustapposizione di notizie ed il mio interesse principale restavano la “Campane di Tiser”.
Poi ci fu la felice idea di don Fabiano e dei suoi collaboratori della creazione di un bollettino parrocchiale unitario nella Pasqua del 2018, che, riprendendo le sue parole: <… è nuova nel nome e nell’impostazione. Non toglie nulla a nessuna comunità! Offre, invece, l’opportunità a tutti – parrocchiani ed amici in giro per il mondo, e sono veramente tanti! – di leggersi a vicenda e di conoscersi per riscoprire ed amare quel tratto fondamentale nell’esperienza della Chiesa che è la comunione… mi auguro possano giungere alla conclusione che nel nostro cammino “a cinque non siamo coloro che stanno subendo il corso della storia, bensì costruendo la propria storia!… > . Per quanto ho potuto venire a conoscenza, il percorso di integrazione tra le cinque comunità in questi anni è andato avanti nello spirito di quella Chiesa sinodale voluta da Papa Francesco.
Il cambiamento che si prospetta quindi penso non possa essere visto come un’involuzione, ma un ulteriore passo avanti, lo spiega il vescovo Renato nella lettera che il 30 giugno scorso, ha inviato alle comunità parrocchiali del Poi: <… La collaborazione tra le vostre cinque comunità, deve restare e continuare. Sulla scia già percorsa, si tratta di portare ulteriori frutti… È vero, vi ho chiesto il “di più” di un cambio di giuda pastorale che fino ad oggi don Fabiano ha svolto con impareggiabile passione ed operatività…>
Siamo di nuovo tornati agli attori di quella pieve collegiale delle origini: chierici, laici e popolo, ma il passato non ritorna e diverso per molti aspetti è il loro ruolo e lo spirito di servizio. La maggiore estensione del territorio che interessa questo ulteriore accorpamento, a differenza di quanto accadeva all’epoca della creazione delle cappelle e chiese succursali, non è più elemento di isolamento tra le comunità: le vie di comunicazione ed i mezzi di telecomunicazione oggi disponibili possono accorciare le distanze fisiche e la possibilità di ritrovarsi insieme in una comunità allargata.
Tempo fa, mia madre chiese a don Fabiano come riuscisse ad arrivare dappertutto, egli, con la solita schietta ironia, le rispose:< Co la machina po…>
A nome mio e del resto della famiglia, esprimiamo profonda riconoscenza per tutto quello che ha fatto per le varie comunità parrocchiali e per la nostra, di Tiser, in particolare. Come disse in occasione del suo insediamento, a Gosaldo, faremo in modo che questa bella esperienza non venga riposta in soffitta, nello scatolone della nostalgia e come “gnas fuori sede” accoglieremo il futuro che ci viene incontro con lo spirito dell’esploratore che di fronte ad una nuova avventura inizia e si affida.

